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.:: LNI Sulcis - Porto Pino - Pesca - articoli di Massimo Sanna - N.3: Tridentex (la vera storia dei tre porcellini) ::.

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Profonde emozioni: la pesca secondo Massimo Sanna - www.ambermax.it
n°5: Tridentex (la vera storia dei tre porcellini)
In barca le catture sono, a livello emozionale, di tutti i componenti dell'equipaggio, non solo di chi le esegue materialmente; se poi capitano situazioni come quella del racconto, le emozioni invece di dividersi fra tutti si sommano e si amplificano in modo esponenziale...
Abitudini da "sirbone"

Uno degli aspetti che ho imparato ad apprezzare con il vertical jigging, è sicuramente quello del piacere di pescare in compagnia, gomito a gomito con altri compagni di avventure. Da incallito trainista col vivo, mi ero col tempo abituato alla pesca in solitario, non tanto per questioni legate alla mia indole, di per se abbastanza criccaiola, quanto in ragione del fatto che la mia personale organizzazione di pesca, si era evoluta in modo che per l'eventuale compagno rimanesse un ruolo marginale e passivo, almeno fino all'atteso momento dello strike, quando ognuno tifa perché sia la propria canna a partire. Gli unici in grado di sopportarmi, in questi anni, sono stati, inizialmente mia moglie, prima che nascesse la nostra bambina (vero capo famiglia e decisamente più interessante, per la consorte, di un fanatico con la canna in mano), ultimamente mio padre, che nonostante sia stato il mio maestro nell'arte della pazienza, spesso non nasconde, quando le ore di silenzio si accumulano, chiari segni di insofferenza, che si manifestano con un codice abbastanza esplicito come ad esempio quello di mettere a segno una piumetta con la scusa di incrementare la scorta di esche vive. Io vado a pesca per un pesce solo; non mi interessa il numero, voglio il pezzo singolo, significativo; traina col vivo e vertical jigging medio pesante sono le due tecniche che mi consentono di realizzare questo obiettivo; le ore di attesa non contano quando arriva la botta; la traina sembra una pesca di attesa invece è una caccia, dove però la responsabilità della maggior parte delle operazioni, se sono io lo skipper, sono accentrate su di me; non lascio fare nulla a nessuno; innescare e mettere a segno correttamente le due canne, una a fondo e l'altra a mezz'acqua, regolare in continuazione la profondità delle esche in funzione delle indicazioni dell'eco e della conoscenza del tratto di fondale, fare la cronaca della rappresentazione geroglifica dell'ecoscandaglio allo scopo di coinvolgere babbo che annuisce accondiscendente ma che sta fantasticando di collane di surelli o aragne a sabiki (variante del light jigging veramente divertente, lo ammetto, ma... ognuno ha le sue preferenze)...
Una tecnica "socializzante"

Col vertical jigging la storia è completamente diversa. Dopo i primi tempi passati in solitudine a trivellare colonne d'acqua, quasi di nascosto, sperando che nessuno notasse quel pazzo che sembrava pescare a strappo in mezzo al mare, ho pian piano imparato ad apprezzare la compagnia, a godere delle catture dei compagni allo stesso mode che delle mie; per questo ho modificato l'allestimento del gommone che, organizzato per la traina, non consentiva più di due postazioni comode in murata, ricavandone una terza. Quale migliore occasione per inaugurare la nuova configurazione se non quella di ospitare per una battuta l'amico Mauro, apprezzato rod builder veneziano. Il lagunare, appassionato di spinning e forse per questo in vacanza a Pula, si era prenotato per tempo per un dentice a vertical. Insomma, target fissato, giorno concordato, bisogna uscire presto perché in serata è prevista l'entrata dello scirocco. Per me e mio fratello Andrea presto significa le 9.30, che comunque ci consentono una autonomia di almeno sei ore di pesca rispetto alla prevista entrata del vento, le sei ore canoniche che in genere sono sufficienti per un dentice
La maledizione dell'ospite

Le sei ore sono passate, tutte, tutte in fila; comincio a rimuginare sulla "maledizione dell'ospite". Ogni volta che ho portato un amico a pesca (e chissà perché poi tutti vogliono il dentice, come se ricciole cernie o paraghi fossero da scartare), è finita sempre nello stesso modo: sei ore di vertical jigging indiavolato, pervicace, cattivo, sordo, testardo e poi alla fine il dentice arrivava, preso però da me, all'ultima lenzata... e si che questa volta ne avevo sondato di punti buoni, almeno trenta miglia di peregrinazione, di via crucis, i punti migliori ripassati più volte, cambiando esche e movimento. Il bottino è magro, una tracina record da 1,2 kg di bilancia e una riccioletta appena sopra limite di legge colta ad aggirarsi su un punto sicuro di dentici. Comincio a preoccuparmi seriamente di non riuscire a regalare il dentice neanche a Mauro. Per evitare il solito colpo a sfregio dell'ultimo minuto cambio canna utilizzando una combinazione dedicata esclusivamente alla ricerca della cernia, con in particolare un jig siliconico a testa piombata da 350 grammi.

Sette ore. Ormai sto vagando in cerca dello jolly; i punti buoni che conosco, oggi mi hanno tradito; quando nell'eco mi sembra di scorgere un segnale interessante, che valuto più per istinto che per capacità di analisi ormai annebbiata dalla stanchezza, mi fermo, imposto lo scarroccio e, senza una parola si comincia a jerkare come spiritati, come condannati in un girone dantesco a compiere un lavoro inutile ed insensato, a scontare una pena per chissà quale peccato, forse l'eccessiva passione...
La svolta

Sette ore e mezzo. Il VJ richiede fiducia, determinazione, pervicacia, ma forse sette ore e mezzo a fare la... "tiritera" ad un pezzo di metallo non sono da persone sane di mente. Mentre comincio a fiutare lo scirocco, in perfetto orario sulla tabella delle previsioni, mi muovo come un rabdomante nel silenzio e nella concentrazione; il VJ è caccia; una marcatura dell'eco apparentemente simile a mille altre mi colpisce, mi magnetizza, fa scattare l'allarme (il mio, non quello dell'eco), mi stimola la linea laterale, risveglia il mio senso dell'acqua; questa volta ho una reazione immediata e brusca, non cerco di impostare lo scarroccio risalendo a monte; blocco il gommone con un testa coda da film americano ed intimo perentoriamente: "calate qui"; arrivo per primo al fondo, sul "rimbalzo" la botta, mezzo giro di manovella e lo perdo; arriva anche Mauro che non ha fatto a tempo a sgranare gli occhi sulla mia canna che deve grugnire per la violenta piega della sua; ce l'ha... eccheccavolo... preso... o presa? La quasi contemporaneità degli attacchi ed il fondale non elevato mi fanno sospettare che si tratti di ricciole di branco; se in un primo tempo stavo per levarmi di mezzo per non intralciare ed assistere Mauro, cosa che faccio abitualmente, istintivamente rilascio scendere il jig; rimbalzo; botta; questa volta lo incoccio bene; Andrea non finisce di chiedere: "devo levare la mia ..." che quasi la canna gli viene strappata dalle mani col jig ormai a diversi metri dal fondo.

A vertical jigging, basta una frazione di secondo, per trasformare e dare un senso alla giornata. Lo evidenzia Andrea che celiando, nell'ilarità generale, ci sfotte: "passato l'abbiocco?"
I tre porcellini

Siamo fuori di noi dalla gioia, ci guardiamo di sottecchi, complici, godendo dei tre combattimenti contemporanei; tre canne su tre strattonate da altrettanti pesci dopo quasi otto ore di nulla, l'esplosione tripla, incredibile; è una scena che registriamo per sempre nella mente, visto che non c'è un quarto con la videocamera; sono esperienze che legano; ci siamo conosciuti oggi ma ci sembra di pescare con Mauro da una vita.

Cominciamo a preoccuparci su come salpare le prede. Abbiamo un coppo e solo un raffio a portata di mano, un altro, inutile, giace nel gavone; bah, ognuno pensi alla sua, al limite una bella raffiata a mano, in "is gaggias", all'antica; non potevamo sapere che stava per venirne fuori una delle scene di pesca più belle che io ricordi. Andrea, anche se è stato l'ultimo ad agganciare il pesce, forse perchè ormai tarato sui riccioloni, arriva per primo. Nel trambusto e nell'ilarità generale non ci eravamo neanche posti il problema di che specie fossero le prede; è un dentice!!! Andrea, da prua guadina lo sparide con naturalezza, proprio mentre Mauro aggalla il suo; ad Andrea non resta che prolungare l'azione per accogliere fra le maglie del capiente guadino anche il roseo fratello; mentre mi godo la scena valuto la possibilità di approfittare della situazione e faccio ad Andrea: "aspetta" facendo nel contempo planare il terzo dei "tre porcellini" verso le fauci spalancate e fameliche del coppo, che per una volta protagonista, assume il ruolo di vendicatore di tutti i lupi cattivi digiuni e mazziati nelle fiabe a lieto fine. Un cronista sportivo avrebbe commentato: "è sicuramente uno schema provato in allenamento", tanto la scena si è svolta con fluidità e naturalezza; la voglio chiudere qui, con l'immagine di tre pescatori felici che contemplano il coppo gravato dell'inconsueto triplice bottino.
 


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